Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.
(Gen 1,26-27)
Questi versetti li ho sentiti pronunciare molte volte, l’eco ha abitato la mia mente di bambina ed è diventata una frase significativa di un’infanzia come tante altre del nostro Paese Cattolico Cristiano.
Ricordo che sbagliare era dura perché significava non solo fallire le aspettative dei miei genitori “umani”, ma anche del mio padre celeste che da lassù guardava sempre tutto quello che facevo.
Non era semplice essere all’Altezza, diciamo così.
Oggi da terapeuta ritrovo molte storie simili, storie segnate da richieste difficili, ultra-terrene, impossibili da soddisfare.
Persone che sentono di non valere “abbastanza”, che faticano ad apprezzare la loro umanità e i loro errori perché non è neanche pensabile sbagliare, quasi sentissero il fardello di doverla giustificare la loro umanità.
Trovo che questa condizione sia dolorosa e complicata da cambiare perché con essa porta anche quella nota di divino a cui molti temono di rinunciare, nonostante il suo prezzo sia alto: sensi di colpa, auto-denigrazioni, paura di non fare la cosa “giusta”, di non essere d’esempio, di sbagliare. Molti si sentono così: “sbagliati”.
So che la Bibbia è molto vasta e questo passo di certo dev’essere contestualizzato, ma io non scrivo per questo. Non sarei capace né avrei le competenze per farlo.
Ciò che propongo è di soffermarti su quanto nella tua vita sia stato pesante dover essere spesso all’altezza di qualcosa che era più grande di te e di riflettere su quanto oggi tu voglia continuare a scegliere un metro di paragone così rischioso, date le sue qualità divine e quindi distanti da te e me, che abitiamo questa terra.
Una possibilità è quella di guardare a te stesso come la persona più unica e, allo stesso tempo, comune delle creature viventi in natura.
Semplicemente rendiamoci di nuovo umani.
Dopo tutto “errare è umano…perdonare è divino”, ma di quest’altra credenza ne parleremo un’altra volta.
Dott.ssa Iole Ceruzzi

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